In Basilicata c'è un triangolo che non trovate su Google
Maps. Non ha coordinate, non ha cartelli stradali, non ha un ufficio turistico
che ci fa il biglietto. Eppure tutti, prima o poi, lo hanno sentito nominare
sottovoce, al bar, in macchina dall amico, o da una persona anziana che abbassa
la voce per paura e per rispetto di storie antiche senza tempo.
Lo chiamano il Triangolo del Diavolo. O il Triangolo
Maledetto. O il Triangolo della Magia. A seconda di quanto volete farvi
spaventare.
La verità , come sempre in Lucania, è molto più interessante
della leggenda.
Il primo vertice è Colobraro. Quello che non si nomina.
Provincia di Matera, mille abitanti scarsi, 630 metri sul
Monte Calvario, affacciato sulla valle del Sinni. Un borgo bellissimo, di
pietra chiara, che ha avuto la sfortuna di diventare famoso per una sfortuna.
Anni '40. Il podestà Biagio Virgilio, a Matera, per
difendersi da un'accusa dice: "Se non dico la verità , possa cadere questo
lampadario!". Il lampadario cade. Davvero.
Da lì, nei paesi vicini, per scaramanzia smettono di
chiamarlo per nome. Diventa Cudde Puaise, Chille Paìse. Quel
Paese.
Ora, qualsiasi altro borgo si sarebbe offeso. Avrebbe fatto
cause, comunicati stampa, sindaci indignati. Colobraro no. Colobraro ha fatto
una cosa di un'intelligenza pazzesca: ha preso la diceria e ci ha costruito
sopra un festival. Sogno di una notte a... quel paese. Ogni agosto,
migliaia di persone, maschere, streghe buone, racconti. Hanno trasformato il
malocchio in teatro di strada. Se non è resilienza questa.
Una curiosita'
La vecchietta che esce sempre quando si
cerca Colobraro su Google. Braccio teso, dito puntato, scialle nero, cielo di
calanchi dietro. Per settant'anni l'hanno chiamata fattucchiera. Non era niente di tutto questo. Si
chiamava Maria Francesca Fiorenza, classe 1872, contadina, filatrice,
tessitrice di Colobraro. Nell'ottobre del 1952 due forestieri arrivati da Roma,
l'etnologo Ernesto de Martino e il fotografo Franco Pinna, le chiesero di mettersi
in posa per il libro Sud e Magia. Lei li accontentò. Rideva nelle altre foto,
parlava con i bambini, si aggiustava lo scialle. Ne scelsero una sola, la più
dura, la ritagliarono, cancellarono un palo della luce e un bambino sul bordo,
e ci scrissero sotto "fattucchiera". Inventarono anche il nome e la
storia. La sua famiglia lo ha scoperto solo molti anni dopo e ci è rimasta
male, giustamente. Oggi a Colobraro quella foto la usano ancora, ma in un altro
modo: non per fare paura, ma per ricordare che le storie, se le racconti male,
diventano malocchio. Se le racconti bene, diventano memoria.
Tinchi è la parte bassa di Tursi, sulla Sinnica. Sopra,
arroccata, c'è la Rabatana: un labirinto arabo del IX secolo, uno dei centri
storici più belli del Sud, dove il sole entra a fette e il GPS smette di
funzionare.
A Tinchi l'archeologo Adamesteanu ha trovato un santuario
enotrio e poi greco, nato attorno a una sorgente. Un luogo sacro da tremila
anni. È ovvio che intorno a un posto del genere nascano storie di lupi mannari,
di uomini che d'inverno, con la luna piena, diventano bestie.
Non erano storie per fare paura ai bambini. Erano il modo
dei pastori di spiegare l'inspiegabile. Oggi a Tursi non si vergognano di
questa storia. La custodiscono, come si custodisce una favola antica. Perché
parla di loro, del rapporto con la terra e con gli animali.
Il lupo mannaro lucano non è quello di Hollywood. È il dupi
minà re.
E non appartiene ai film, appartiene alla cultura orale
contadina di Pisticci e di Tinchi.
Non nasce nei boschi. Nasce nelle
case. Erano storie che giravano d'inverno, nelle notti di luna piena, quando le
campagne di Basilicata erano buie davvero, senza lampioni, senza macchine, solo
tu, il cane e il vento nei calanchi. E in quel buio, ogni rumore diventava un
racconto.
La maggior parte degli
"avvistamenti" aveva una spiegazione molto più umana e molto più
triste di un mostro. Erano persone reali, spesso anziane, con asma grave o
malattie respiratorie, che di notte uscivano a cercare aria, a vagare per
trovare sollievo dal caldo delle case. Oppure erano cani randagi, lupi veri che
scendevano dalle colline, scambiati nel buio per qualcos'altro. La paura
collettiva, l'isolamento, il buio totale facevano il resto.
Non a spaventare per il gusto di
farlo. Serviva come ammonimento. Era il modo dei nonni per dire ai ragazzi:
"Di notte non ti avventurare da solo fuori, non andare nei calanchi, stai
vicino a casa". Era educazione, era protezione, travestita da favola nera.
In poche parole: il dupi minà re non era un mostro che
viveva fuori. Era il modo di raccontare la fatica, la malattia e la solitudine
di chi viveva dentro.
Molto più umano. Molto più lucano.
Il terzo vertice è quello che cambia sempre. Ed è lì che
si capisce che è tutto un gioco di paese.
Nei libri di misteri trovate scritto: Colobraro, Gorgoglione e Craco. Gorgoglione, borgo di bosco, isolato, bellissimo.
Craco, il borgo fantasma evacuato nel 1963 per la frana, oggi Parco Museale
tutelato dal World Monuments Fund, set di film da Mel Gibson in poi. Un
triangolo di 30 chilometri che unisce tre storie di spopolamento e resistenza.
Come ogni ghost town anche Craco ha le sue leggende misteriose, tramandate da padre in figlio. C'è chi dice che di notte tra i vicoli vaghi un cavallo nero senza testa in cerca del padrone, chi racconta di una strega rifugiata sotto la torre normanna che stufa del rumore degli uomini avrebbe scatenato la terra, e chi parla di un pastore che trovò un tesoro e non volle dividerlo. In realtà fu la fragilità dei calanchi e qualche intervento sbagliato negli anni Sessanta.
Nella versione orale della valle del Sinni, quella che
girava tra i pastori, il triangolo è Colobraro, Tinchi e Craco. Stesso
paesaggio di calanchi bianchi, stessa argilla, stesso silenzio dove non prende
il telefono.
Poi c'è chi ci mette Aliano, i calanchi lunari di
Carlo Levi e del suo Cristo si è fermato a Eboli, oggi Parco Letterario. E chi
ci mette Valsinni, con il Castello di Isabella Morra, la poetessa uccisa
a 26 anni dai fratelli per un presunto amore, che non accettavano.
E a nord, fuori dal triangolo ma dentro la stessa
narrazione, c'è Albano di Lucania, con la Seggia del Diavolo: una
panchina scavata nella roccia in epoca preistorica, a due metri da terra, dove
ci stanno tre persone. Non è del diavolo. È un altare antichissimo. La chiamano
così perché fa paura quello che non si capisce.
Ecco cos'è il Triangolo del Diavolo. Non è un posto maledetto. È l'inventario poetico di una terra che ha avuto frane, esili, dicerie, fame e spopolamento e invece di soccombere ha deciso di raccontarsi.

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