Non dirò dove si trova. E non lo farò per un motivo
semplice: questo non è un invito ad entrare.
Questo posto è abbandonato, sì. Ma abbandonato non vuol dire
di nessuno. Dietro un cancello arrugginito c'è sempre una proprietà , una
storia, a volte un ricordo di famiglia. Entrare è una violazione, oltre che un
pericolo. Quello che facciamo è altrove: guardiamo da fuori, fotografiamo il
tempo che passa.
Sono passato davanti a questa villa-hotel per caso. Un tempo
doveva essere prestigio puro. Si capisce dalle colonne, dalle palme messe lì
apposta per fare scena, dalla grande sala con le vetrate che dava sul giardino
e dalla fontana circolare al centro.
Immagini la scena: luci accese fino a tardi, feste, musica,
vestiti eleganti, camerieri che correvano tra i tavoli. Le grida festose, i
bicchieri, lo sfarzo di un'estate che sembrava non dovesse finire mai (perdonatemi la citazione).
Poi, il silenzio.
Ora non c'è più musica. C'è il vento tra le palme secche, le
tegole arancio ancora ostinate a tenere il colore, le ringhiere bianche
scrostate, il pavimento in marmo coperto di erbacce e foglie. I colori si sono
fatti tenui, polverosi, quasi timidi. Ma la cosa incredibile è un'altra: la
nobile dignità non se n'è andata.
È lì, intatta. Decadente, ferita, ma ancora in piedi. Come
una signora di un tempo che non chiede pietà .
Io non esploro per saccheggiare o per lasciare il mio nome
su un muro. Esploro per lo sfizio malinconico di fotografare un attimo sospeso:
quel momento esatto in cui un luogo smette di essere quello che era e non è
ancora quello che sarà .
E se guardi bene, in queste foto, quel momento lo senti
tutto.
Rispettate i luoghi abbandonati. Guardateli, fotografateli, raccontateli. Ma lasciateli dov'è.



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