Esiste un luogo dove il tempo sembra essersi fermato al 1854, inciso su pietre che oggi lottano contro l'oblio. Siamo nel cuore della provincia di Salerno, alla scoperta di un antico mulino ad acqua che è un vero capolavoro di archeologia rurale e ingegneria idraulica.
si tratta del Mulino Coletta si trova nella splendida valle del fiume Sele, nel territorio di Oliveto Citra.
La vera unicità di questo sito? Il suo incredibile acquedotto in pietra. Guardandolo, si ha l'illusione di trovarsi di fronte a un'opera dell'Antica Roma: una struttura solida e solenne formata da dodici archi perfetti. Questo "ponte dell'acqua" aveva il compito vitale di convogliare il flusso verso la grande ruota in ferro. Attraverso un tubo metallico, l'acqua veniva scaricata con forza sulle pale, innescando il movimento delle pesanti macine in pietra che, giorno dopo giorno, trasformavano il grano nel pane per l'intero territorio.
Il principio fisico: Portando l'acqua in quota attraverso gli archi, si accumulava energia potenziale.
La "Cataratta": L'acqua cadeva poi violentemente attraverso un condotto verticale (spesso chiamato "bottino" o torre di pressione) finendo sul cucchiaio della ruota.
A differenza dei mulini a ruota verticale esterna che siamo abituati a vedere nelle fiabe, molti mulini del salernitano usavano la ruota orizzontale (a rinfresco).
L'acqua arrivava dal ponte e precipitava nel tubo in ferro.
Colpiva le pale di una ruota posta orizzontalmente nel "carcere" (la stanza inferiore).
L'asse della ruota era collegato direttamente alla macina superiore (quella mobile), facendola ruotare sopra quella inferiore (fissa o "dormiente"), frantumando il grano.
Ma non è solo la storia meccanica a rendere speciale questo mulino. Si dice che nel terreno circostante, quando il sole cala e la luna si fa alta, il silenzio venga rotto da sussurri antichi.
Il Mistero delle Janare: Oltre la leggenda
Il terreno adiacente al mulino è da secoli evitato dai superstiziosi dopo il tramonto. Ma chi erano davvero le Janare di Oliveto Citra?
L'etimologia: Il nome deriva probabilmente da Dianare, ovvero sacerdotesse di Diana, dea della caccia e della luna.
Il rito sotto il mulino: Si dice che le Janare amassero i mulini perché l'acqua corrente e il rumore ritmico delle macine erano considerati conduttori di energia spirituale.
La protezione: I contadini della zona, per evitare che le Janare "prendessero in prestito" i cavalli nelle stalle vicine al mulino per cavalcarli tutta la notte (lasciando come segno le famose treccine nella criniera), usavano poggiare una scopa di saggina o del sale sull'uscio. Le streghe, costrette a contare i fili della scopa o i grani di sale, perdevano tempo fino all'alba, quando la luce le costringeva a fuggire.
Purtroppo, il mulino porta oggi i segni del tempo e dell'abbandono. Una parte della struttura è crollata, ma camminando tra le rovine è ancora possibile scorgere l'anima di questo edificio: i macchinari originali sono ancora lì, testimoni silenziosi di un'epoca in cui l'uomo e la natura lavoravano in simbiosi.
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