Ero a Pontecagnano. Non ho resistito.
Davanti a me c'era lui. L'ex Tabacchificio SAIM Farina. Anzi, Farinia come lo chiamano le carte vecchie. Questo non è un rudere qualsiasi. Questo è uno degli insediamenti industriali storicamente più importanti della Campania e forse di tutto il Sud.
Se sei di Pontecagnano lo sai. La Piana del Sele era tabacco. Punto. Un "esperimento colossale" lo hanno definito gli storici. E questo posto era il cuore di quell'esperimento.
La storia parte nel 1935. A Pontecagnano
c'erano già 4 tabacchifici: Alfani, Mattiello, Picciola e Centola. A Salerno e
Battipaglia operava la SAIS (Società Agricola Industriale Salernitana, dal
1918). Più a sud la Società Stabilimenti Riuniti Americani con San Mattia e
Isca. Nel 1935 si fondono. Nasce la SAIM - Società Agricola Industriale
Meridionale. Un colosso.
La SAIM negli anni '70, prima del crollo, contava 9
stabilimenti enormi in tutta la Piana. Il Farina di Pontecagnano era uno dei
più grandi. Quello di Battipaglia, quello di Fiocche (Salvati), Carillia ad
Altavilla, Cafasso a Capaccio e Centola
Quello di Pontecagnano che vedete oggi è stato ricostruito
dopo la distruzione bellica del 1943. I tedeschi in ritirata lo rasero al
suolo.
Com'era fatto? Non era una fabbrichetta. Era una città nella
città.
Due blocchi squadrati, lunghissimi, simmetrici, con in mezzo
il cancello in ferro. A sinistra svetta ancora la torre della direzione, con la
scritta sbiadita "SAIM Azienda Farinia". Sembra più un carcere che un
tabacchificio, tetro, razionalista, imponente. A destra gli uffici, i corridoi
infiniti.
Dentro, ogni essiccatoio aveva circa 1.400 mq di
superficie per 12 metri di altezza. Uno solo. E ce n'erano a decine. In
mezzo una corte centrale monumentale dove si stendeva il tabacco ad essiccare
su telai di legno, con un profumo che dicono si sentisse a chilometri. Poi
magazzini, centrale termica con la ciminiera in mattoni, mensa operaie, casa
del custode, infermeria. Villaggi operai veri e propri, con chiesa e asilo, per
dare lavoro a una popolazione povera e disoccupata. Ci lavoravano centinaia di
tabacchine.
La struttura era geniale: tetti in marsigliesi per far uscire l'umidità, finestre regolabili, bocchette a terra per creare correnti d'aria. Archeologia industriale pura. Un connubio tra legno, ferro, laterizio e cemento armato all'avanguardia per l'epoca.
Poi è arrivato il crollo. Negli anni '60 la Peronospora
tabacina, un fungo letale, distrusse i raccolti. Poi il cambio di gusti,
dal sigaro alla sigaretta americana. Poi il monopolio dell'ATI (Azienda
Tabacchi Italiani) che comprò tutto e poi chiuse tutto. Negli anni '70-'80
quasi tutti i tabacchifici della Piana furono dismessi. In un colpo solo.
Da allora, il Farina è lì. Morente.
Ed è qui che mi si stringe il cuore. Perché oggi è l'ombra
di se stesso.
Anche se entrare non e' eccessivamente problematico non e' assolutamente consigliabile, l 'odore di tabacco non c'è più. C'è odore di muffa, di eternit rotto ovunque,
di rifiuti edili sversati da vigliacchi. Materassi bruciati, scritte, cavi
strappati. da uno spiraglio mi e' sembrato di vedere tanti giacigli di fortuna, gente senza fissa dimora
che ci dorme probabilmente, onestamente non me lasono sentita di indagare ulteriormente e preferibile fare uno scatto veloce e volatizzarsi immediatamente. È pericolosissimo: tetti crollati, scale a chiocciola
senza parapetto, la torre piena di lastre di amianto.
Eppure, sotto questo strato di vergogna italiana , vedi la grandezza. Vedi ancora la
targa in marmo "SAIM " vicino al cancello. Vedi la
potenza di un Sud che sapeva fare industria.
Non ho resistito a fotografarlo. Non potevo. Perché questo è uno dei pezzi di storia più importanti che abbiamo, e lo stiamo lasciando marcire come se fosse niente. Mentre a Firenze la Manifattura di Nervi è diventata un quartiere della creatività, noi qui abbiamo il Centola abbandonato, il Farina abbandonato, l'Alfani con l'amianto. Questo pezzo di storia mariterebbe di piu'...ma siamo in Italia!



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